C.P.A.D. - Caccia Pesca Ambiente Domani

Ultimissime

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Abusi in controlli, arrestate guardie e dirigente WWF
A Bali gli USA raffreddano il clima di Antonio Gaspari
Come si diventa climatologi famosi, raccontato da uno di loro di Vincenzo Ferrara (da http://wwww.svipop.org)
Al direttore de "Il Messaggero" di Domenico Ubaldi
E adesso dicono che l'estate è finita di Riccardo Cascioli
Dittatura ecologista
WWF, Il solito procurato allarme di Riccardo Cascioli (da http://wwww.svipop.org)
L'ultimo libro di Crichton potrebbe far cadere l'ideologia catastrofista (da GWN del 2005)
Impianti eolici per produrre energia? La caduta di un mito... (da GWN)
Quando gli impianti eolici diventano pericolosi (da GWN)
Ciò che dovete sapere sulle Cacce in deroga
Il ritorno al nucleare è una necessità economica imprescindibile per l'Italia di Antonio Gaspari (da GWN n° 15 del 2005)
Crichton mostra che il protocollo di Kyoto è una bufala da La Repubblica del 10-05-05
Il "soldo che ride" - L'«allegra» gestione del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise) di Antonio Gaspari
C.P.A.D.: Il fuoco sotto la cenere di Domenico Ubaldi

Abusi in controlli, arrestate guardie e dirigente WWF

Avrebbero anche provocato attacco di cuore e morte di un anziano.

(ANSA) - BARI, 15 GEN - Avrebbero svolto controlli contro il bracconaggio con metodi violenti:tre arresti su ordine del Gip di Trani. In manette sono finiti un agente del Corpo forestale dello Stato, un dirigente locale del WWF e una guardia venatoria volontaria. In un caso avrebbero provocato un attacco di cuore e la morte di un anziano sottoposto a controlli, in un altro malmenato un cacciatore. I tre sono accusati di violenza privata, omicidio colposo, falso, abuso d'ufficio, calunnia, lesioni aggravate.

N.d.r. E' un preciso dovere statutario,così come faremo noi, costituirsi parte civile nei confronti di costoro. Tutte le altre Associazioni venatorie, presenti in Italia,hanno il sacrosanto dovere di fare altrettanto.

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A Bali gli USA raffreddano il clima

Dopo 13 giorni di intenso dibattito, con il rischio di non raggiungere nessun accordo comune, le delegazioni di 190 paesi presenti a Bali, hanno chiuso, il 15 dicembre, la XIII Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. La conferenza ha approvato un documento minimo, e cioè una "road map" negoziale per avviare due anni di trattative mondiali e arrivare, per il summit sul clima del 2009 fissato a Copenaghen, a varare un nuovo eventuale accordo di riduzione dei gas serra per il dopo 2012, a partire cioè dalla scadenza del Protocollo di Kyoto. Nel documento finale non sono indicati gli obiettivi dei tagli alle emissioni, e non sono menzionate misure coercitive in termini di tasse o multe, come invece promossi dal Protocollo di Kyoto. Benché minimale, il documento finale è stato salutato da scroscianti applausi, e questo perché la conferenza era giunta alla fine senza nessun accordo, tant'è che le conclusioni sono state rinviate di un giorno. I lavori sono stati contrassegnati da un dibattito acceso e franco, con l'Europa e la burocrazia delle Nazioni Unite intenzionate a far accettare una riduzione tra il 25 ed il 40 % delle emissioni di anidride carbonica entro il 2020.

Cifre buttate al vento, perché i Paesi industrializzati che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, soprattutto quelli europei, non riusciranno neanche a raggiungere la quota di riduzione del 5 % entro il 2012, come previsto dal Protocollo stesso. Mentre la maggior parte dei media si è accanita contro gli Stati Uniti, per non aver ratificato Kyoto e per la resistenza contro un nuovo accordo ancora più impegnativo, nella realtà gli USA hanno fatto valere le loro ragioni, condizionando l'intero dibattito, facendo passare un documento finale in cui si promuove la ricerca e l'utilizzo di tecnologie pulite in maniera volontaria. Pur sembrando isolati all'inizio della conferenza, gli USA hanno dunque finito per determinarla in maniera decisiva, trovando l'appoggio di Giappone, Canada, e Russia, che pure avevano ratificato il Protocollo di Kyoto, ma che non hanno nessuna intenzione di accettare nuove eventuali imposizioni in termini di quote, tasse ed eventuali multe. In merito al documento finale, il comunicato del Dipartimento di Stato americano, manifesta una certa soddisfazione soprattutto a proposito dei punti del documento finale in cui si riconosce «l'importanza dello sviluppo di tecnologie pulite, il finanziamento dello sviluppo di queste nuove tecnologie nei Paesi emergenti» e per tutte le misure che prevedono di «assistere questi Paesi nei piani di adattamento ai cambiamenti climatici e di miglioramento delle attività industriali per ridurre le emissioni e incrementare la riforestazione». Per quanto riguarda il procedere dei negoziati, la delegazione statunitense ha chiesto un approccio graduale per i Paesi in via di sviluppo. Secondo il Protocollo di Kyoto infatti, Paesi che emettono gran quantità di CO2 come Cina e India, sono esenti da misure restrittive fino al 2020.

Mentre gli USA chiedono che in un eventuale accordo globale Cina, India e altri Paesi in via di sviluppo che conoscono una forte crescita partecipino ai piani che impegnano i paesi industrializzati.

Da questo punto di vista Cina, India, Messico e Sudafrica hanno ribadito la loro «non disponibilità» a tagli delle emissioni che potrebbero compromettere i processi di sviluppo economico. E hanno riaffermato che la responsabilità dei tagli alle emissioni tocca ai Paesi industrializzati. In occasione del documento finale, questi Paesi si sono detti disponibili ad eventuali discussioni per un nuovo trattato solo a condizione di ricevere aiuti finanziari per nuove tecnologie e progetti per la riduzione delle emissioni.

Tale disponibilità sembra essere stata sollecitata dall'Unione Europea e dai sostenitori dell'IPCC dell'ONU, con promesse di aiuti finanziari. Sta di fatto che i Paesi emergenti anche se si sono detti pronti a discutere un eventuale nuovo accordo, sanno che loro non pagheranno nessuna "carbon tax, e stanno alla finestra per vedere cosa accadrà.

Le uniche veramente deluse di come si è conclusa la XIII Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, sono state le associazioni ambientaliste.

I verdi ci sono rimasti malissimo, lamentando l'inesistenza degli impegni assunti e criticando aspramente il ruolo svolto dagli Stati Uniti.

Per sostenere un accordo più restrittivo e vincolante di quello di Kyoto, Al Gore in particolare è arrivato a dire con toni isterici che «la lotta contro il riscaldamento globale è simile a quella contro il nazismo».

La "lobby catastrofista", favorevole soprattutto al mercato speculativo della "carbon tax" e dei titoli sull'aria calda (cioè i "carbon credits"), spera che alle prossime elezioni presidenziali la politica di Bush venga sconfitta e che, se il nuovo presidente americano sarà democratico, sposi la linea di Al Gore.

Anche se bisogna ricordare che la ratifica degli USA al protocollo di Kyoto venne respinta quasi all'unanimità dal Senato USA, proprio quanto era presidente il democratico Bill Clinton.

Antonio Gaspari

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Come si diventa climatologi famosi, raccontato da uno di loro

Come si diventa climatologi famosi? Lo spiegava nel 1982, in questo articolo che ripubblichiamo, Vincenzo Ferrara, ovvero l'uomo di fiducia che il ministro Pecoraro Scanio ha voluto per coordinare la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici svoltasi la settimana scorsa.  L'articolo è stato pubblicato sulla "Rivista di Meteorologia Aeronautica" (Volume XLII n. 1, Gen-Mar 1982). E' un documento eccezionale perché l'allora giovane scienziato Vincenzo Ferrara spiegava perfettamente - contestandolo - il meccanismo che porta gli scienziati del clima alla fama. Ancora pochi anni e anche per Ferrara è iniziata la scalata al successo, evidentemente seguendo la strada disprezzata solo pochi anni prima: all'inizio degli anni '90 è stato inserito nella delegazione italiana che ha partecipato ai negoziati internazionali sul clima; poi dal 1992 al 2006 è stato il Focal Point nazionale dell'IPCC, l'organismo dell'ONU che monitora i cambiamenti climatici. Entrato all'ENEA, è diventato direttore del Progetto speciale sul clima globale, e fa anche parte del Comitato scientifico del WWF.

Come prevedere il clima del secolo prossimo
Vincenzo Ferrara

Se io fossi un climatologo a contatto con il pubblico, mi comporterei esattamente come il medico di fronte ad un malato più o meno immaginario. Questi malati, infatti, sanno tutto di medicina dai più remoti sintomi alle più catastrofiche prognosi perché seguono freneticamente tutte le rubriche televisive del tipo: “Curatevi da soli con lo zabaglione”, comprano puntualmente tutte le grandi enciclopedie illustrate a fascicoli settimanali della serie: "Tutta la salute minuto per minuto”, leggono insaziabilmente libri e riviste di medicina della collana: “Tutto quello che dovete sapere dalla cefalea al cancro fulminante” e, infine, tanto per sgranchirsi il cervello, imparano a memoria il nome di qualche migliaio di medicine al giorno dal prontuario in 78 volumi delle “Specialità medicinali nazionali ed internazionali”.

Un tipo di questo genere, quando sta male e va dal medico, già sa la diagnosi e prevede le possibili cure, compreso il nome di qualche centinaio di medicine adatte al caso. Ebbene, se il medico con il solito linguaggio incomprensibile gli sciorina, traducendo in termini terra-terra, la stessa diagnosi che lui aveva formulato, proponendogli una parte delle medicine che lui stesso aveva pensato, quel medico diventa subito il più grande scienziato di tutti i tempi, un nobel della medicina. Ma se, viceversa, il medico dice qualcosa di diverso da quello che lui pensava, quel medico diventa subito antipatico, incapace e presuntuoso, le sue cure risultano inefficaci, anzi nocive, finché alla fine quel medico viene senza mezzi termini classificato come uno che ha preso la laurea in medicina solo per far soldi perché in realtà non capisce un beneamato tubo di medicina.

Ebbene, per il climatologo succede la stessa cosa. La gente ormai sa tutto sul clima e sul tempo (clima e tempo sono spesso sinonimi), perché ha già letto qualche decina di manuali sul tempo (atmosferico) del passato, presente e futuro, a partire dal big bang iniziale e fino alla fine dell’espansione dell’universo (se ci sarà una fine); conosce a memoria l’enciclopedia a fumetti del "Fatti da solo il tempo che vuoi”, anzi si è già costruito in casa un bel temporale in miniatura con relativi fulmini e trombe d’aria, e poi, cosa più importante di tutte, ha divorato avidamente migliaia di pagine scientifiche  dai quotidiani e periodici vari ove si parla addirittura dell’utilità della meteorologia nelle danze della pioggia in Patagonia.

Pertanto appena il tempo fa le bizze e le temperature appena un po’ più fredde del normale, coloro che tutto sanno si agitano furiosamente come morsi dalla tarantola, chiedono notizie e informazioni, telefonano al Servizio Meteorologico e perfino alla Protezione Civile, i giornali e la televisione ne parlano, le interviste si sprecano e la ricerca del “freddo che più freddo non si può” dilaga. In queste condizioni anche i più ignoranti e trogloditi sanno farsi una diagnosi e una prognosi sul clima e sulla lampante variazione climatica, e, come nel caso del malato di cui sopra, si interpella l’esperto climatologo con la frase di rito: ‘Il clima sta cambiando?’.

Orbene, se voi siete climatologo e contemporaneamente desiderate sopravvivere come un climatologo, accrescendo magari la vostra fama, non avete che da comportarvi come il medico, fornendo proprio la diagnosi e la prognosi che la gente si aspetta. Guai a rispondere: “Ma no, è tutto normale”, oppure: “Sono tutte balle montate dai giornali e dalla televisione” o peggio ancora: “Ogni volta che il tempo cambia ci state a rompere le scatole con queste variazioni climatiche”, perché la gente vi guarda prima sbigottita, poi con antipatia e infine conclude all’unanimità che voi meritate il confino in Siberia perché non capite un accidente né di tempo, né di clima. Sarebbe la fine della vostra carriera e vi converrebbe mettervi in pensione prima che vi buttino fuori a calci nel sedere.

L’unica risposta sensata alla domanda: “Il clima sta cambiando?” è: “Ma certo che sta cambiando! E’ ormai una cosa nota, scientificamente accertata e fuori discussione”. A questo punto prevedete per il futuro e per il prossimo secolo un clima esattamente uguale al tempo atmosferico presente, esaltando magari il fenomeno fino alle estreme conseguenze. Così, se fa freddo prevedete “glaciazioni”, se fa caldo prevedete una “era torrida”, e se vi sono condizioni di forte variabilità prevedete “estremi climatici” a breve termine e clima più o meno immutato a lungo termine (secolare).

Ma, direte voi, come fa un climatologo serio a fornire previsioni climatiche, attualmente impossibili, e per giunta previsioni, o meglio predizioni, così opposte senza sentirsi un buffone? Non temete c’è la scienza che vi sorregge, perché la scienza in questo campo ha pensato a tutto e fornisce la soluzione per ogni caso, anche per quelli più disperati.

Perciò, se fa freddo, il discorso scientifico da fare è il seguente: “Il clima sta cambiando e ci avviamo verso una nuova glaciazione. Questo fatto è già stato accertato perché a partire dal 1940, la temperatura media dell’emisfero nord è diminuita di circa 0,4°C, a causa probabilmente della minor trasparenza dell’atmosfera intorbidita dal sempre maggior inquinamento dell’aria. Il raffreddamento dell’aria provoca una maggiore estensione dei ghiacciai e dei mantelli nevosi, i quali essendo altamente riflettenti (albedo elevata) per la radiazione solare provocano a loro volta un successivo raffreddamento e quindi nuovi e più vasti ghiacciai, e così via in una spirale che porterà ad una nuova glaciazione nel giro di un secolo e forse meno”.

Già, ma se fa caldo come si fa a giustificare una previsione di era torrida con questi dati di fatto sul raffreddamento? State calmi. Basta affrontare il problema da un altro punto di vista altrettanto scientifico. In questo caso il discorso è: “Il clima sta cambiando e ci avviamo verso un’era torrida. Tutto ciò è stato già scientificamente accertato perché a partire dal 1850 il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera è andato progressivamente aumentando e solo in questi ultimi venti anni si è passati da 315 a 334 parti per milione. Ciò significa che nel 2020 l’accumulo di anidride carbonica sarà più che raddoppiato se si tiene anche conto dei sempre crescenti consumi di energia e di utilizzo dei combustibili fossili. L’aumento di anidride carbonica riduce le perdite di radiazione ad onda lunga dalla terra verso lo spazio (effetto serra) e nel giro di meno di mezzo secolo la temperatura media dell’aria aumenterà di circa 2 o 3°C; ci sarà scioglimento dei ghiacci polari ed un aumento medio del livello del mare che sommergerà parecchie località costiere”.

Tutto ciò sarà bello e scientifico, ma se a voi climatologi non va di essere così drastici oppure se le oscillazioni del tempo non sono tali da far presupporre che l’opinione pubblica preveda ere torride o glaciazioni, come comportarsi? Anche in questo caso la soluzione è semplice. Basta impostare il discorso in quest’altro modo: “Il clima sta cambiando, ma con rapide fluttuazioni e su periodi brevi. E’ vero che la temperatura è diminuita dal 1940 ad oggi, ma è anche vero che dal 1880 al 1940 è aumentata in media di 0,6°C. E’ vero che l’anidride carbonica aumenta, ma è anche vero che buona parte della radiazione solare ad onda lunga viene assorbita dagli oceani riducendo l’effetto serra e la rimanente parte viene perduta verso lo spazio a causa di contemporanee variazioni dell’ozono stratosferico. Insomma, episodi a breve termine di insolito clima sono soltanto fluttuazioni di un sistema che già di per se stesso è fortemente variabile. Se si considera il clima su periodi secolari o plurisecolari, si nota che è rimasto del tutto invariato e non vi sono attualmente indizi tali da giustificare una variazione climatica a lungo termine e quindi nel prossimo secolo”.

E con ciò è sistemata anche questa previsione. In definitiva queste ricette sono uguali a quelle del medico di cui sopra: curano tutti i malati autodidatti del tempo e li rendono felici, accrescendo contemporaneamente la vostra bravura di scienziato, perché se vi chiedono: “Il clima sta cambiando?” in fondo già credono che il clima è cambiato e aspettano solo la conferma dell’esperto per sentirsi in pace, appagati dal proprio infallibile genio e della propria ineccepibile diagnosi, anche se frutto dei dotti consigli propinati al pubblico mediante ‘fascisoli settimanali’, con omaggio di un altro fascicolo e della copertina del dizionario del “So tutto io”.

Vincenzo Ferrara
(da http://wwww.svipop.org)

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Al direttore de "Il Messaggero"

(Lettera aperta del nostro prof. Ubaldi)

Al Direttore de “Il Messaggero”
e p.c. al Dir. del parco dei Castelli Romani
ed al comandante della stazione della
Forestale di Rocca di Papa.

Sig., Direttore,
non è la prima volta che il suo giornale in modo fazioso ed unilaterale se la prende con il mondo venatorio; ma quello che colpisce nell’articolo di Luigi Jovino del 4 settembre 2007 nella pagina dei “Castelli “ va oltre ogni limite per la confusione delle tematiche trattate e la superficialità delle argomentazioni, L’equivalenza piromani-attività venatoria è di una faziosità unica, come è frutto di ignoranza e pregiudizio accostare il termine “cacciatori” a “frodo”. Questi che vengono chiamati “cacciatori di frodo”, in italiano si chiamano bracconieri e sono i primi ad infangare la figura del cacciatore .Lo sappiamo fin troppo bene quanto sia facile “sparare nel mucchio”, senza far riferimenti a fatti documentati ed a persone che abbiano un nome ed un cognome: questo, in italiano, si chiama “qualunquismo” ed ha l’amaro sapore della calunnia ; come è facile prendersela con categorie di persone serie che hanno sempre avuto l’ambiente a cuore e sono orgogliose di esibire il proprio porto d’armi che rappresenta la carta d’identità della loro onestà.

Sig. direttore, ci dica un motivo, uno solo per cui noi cacciatori dovremmo diventare martiri dei qualunquisti e calunniatori.

Se i giornalisti che scrivono per il suo giornale, invece di documentarsi ed ascoltare anche la controparte, si limitano ad assemblare “brodaglie”, vuol dire che “Il Messaggero” non merita di essere preso in considerazione dal mondo venatorio.

Nessuno mette in dubbio che nel “Parco dei Castelli” siano andati in fumo trecento ettari di bosco (in Italia, da stima ancora approssimativa, sono stati bruciati circa centomila ettari e, guarda caso, si tratta in gran parte di aree “protette”). Ma, se queste aree, grazie anche all’attività venatoria, si sono mantenute integre per tanto tempo, come si spiega che una volta “protette” vengono distrutte?

Noi non siamo, per partito preso, contro i parchi ma quando dall’”alto” si cala la scure del no, del tutto vietato e queste aree “protette “ diventano vuoti santuari o peggio ancora discariche a cielo aperto, come pensare che i cittadini non possano ribellarsi?

Purtroppo, in questo caso, il fuoco ha il sapore della rivincita, vile se vogliamo, ma di una rivincita dell’escluso nei confronti di “corpi estranei”, di “fantasmi burocratici” che, senza chiedere consenso, si sono impadroniti dei loro beni che spesso non riescono a gestire con dignità, A tal proposito, nell’articolo già citato, il direttore del Parco dei Castelli Romani invita “i privati a segnalare ed a risanare le discariche”. Ma un consiglio di amministrazione non ha il compito di impedire che queste cose accadano?

Un caldo invito ad essere meno generico vorremmo rivolgerlo, infine, al comandante della Forestale di Rocca di Papa quando afferma che:”l’ottanta per cento dei focolai sono stati appiccati per favorire l’attività venatoria di frodo” e di ciò si riserva di “presentare rapporti”.

Al comandante rispondiamo:” Fuori i nomi, i cognomi col numero di porto d’armi e licenza da caccia di quelli che lei accusa!”. E’ grave che un uomo delle Istituzioni lanci gravi accuse, prima ancora di esibire dati certi. Attendiamo i nomi o smentisca quanto ha dichiarato!

Un’ultima riflessione: nello scrivere queste cose (ne avremmo fatto volentieri a meno!) ci assale una grande tristezza al pensiero che oggi vengano bruciati quei luoghi, “protetti” ove per decenni abbiamo esercitato in serenità l’attività venatoria ; ma una tristezza maggiore nasce dalla constatazione che animalisti carichi di rancore, di pregiudizi e d’ignoranza tentino d’incendiare la reputazione dei cacciatori.

Direttore, sappia che la calunnia è la virtù dei vili!!!

Con ossequi, il prof. Ubaldi Domenico

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E adesso dicono che l'estate è finita

Giovedì 9 agosto, al mattino, guardo distrattamente il TG5 finché appare il volto del simpatico colonnello Mario Giuliacci per aggiornarci sulle previsioni del tempo. Scopriamo così che dopo giorni di piogge e vento al centro nord e temperature nettamente più basse della norma in tutta Italia, le temperature risaliranno leggermente nel fine settimana ma dopo Ferragosto ci sarà ancora un’ondata di maltempo. Insomma, conclude Giuliacci, “possiamo dire che l’estate è finita”.

Finita? Come è finita? Con pochi giorni di caldo intenso a giugno (peraltro quasi esclusivamente nel sud) e un po’ di caldo a luglio? Io me lo ricordo bene il colonnello (in pensione) Giuliacci quando a febbraio-marzo – dopo un inverno eccezionalmente caldo – imperversava in tv e sui giornali annunciandoci con il suo sorriso che saremmo andati incontro a un’estate torrida, forse addirittura peggio di quella del 2003, quella dei tanti anziani morti tanto per intenderci.

E non era solo: ci ricordiamo bene il colonnello Giancarlo Bonelli (ex volto meteo del TG2) a una puntata di Porta a Porta, quando ci mostrò tutte le mappe che prevedevano il tempo estivo mese per mese. Faceva sudare soltanto a sentirlo, non c’era scampo: i modelli elaborati dal computer annunciavano senza tema di smentita che bisognava prepararsi a un’estate da incubo.

Leggermente più prudente Giampiero Maracchi, climatologo del CNR di Firenze, che all’inizio di aprile correggeva al ribasso le previsioni, almeno per la seconda parte di agosto, ma guai a rilasssarsi. Perché – ci spiegava – “il clima è ormai guasto” e quindi possiamo aspettarci di tutto.

Sono solo alcuni esempi, ma tutti ricordiamo l’incessante martellamento che è andato avanti per mesi sull’estate terribile che stava per arrivare. Tanto che, secondo quanto riportato dai giornali, le vendite di condizionatori d’aria sono schizzate alle stelle con un aumento nel 2007 del 40% su un fatturato peraltro già rilevante visto che in Italia ci sono oltre 13 milioni di apparecchi (del resto sono anni che ci terrorizzano con il caldo che verrà). Salvo poi lanciare l’allarme black-out alle prime giornate calde di luglio, e giù inviti a non usare i condizionatori, l’iniziativa di non portare giacca e cravatta e altre stupidaggini del genere.

E come dimenticare che dopo aver previsto per mesi un’estate torrida abbiamo visto il colonnello Giuliacci tra maggio e giugno fare la pubblicità per i condizionatori d’aria, senza peraltro che neanche un’associazione di consumatori abbia, non dico denunciato, ma almeno sollevato un dubbio sulla correttezza di questi comportamenti (vogliamo parlare di conflitto d’interessi)?

E adesso ci vengono a dire che l’estate è finita, come se nulla fosse, come se non avessero detto prima quello che hanno detto. E il prof. Maracchi, sul Corriere della Sera dell’11 agosto, mescola le carte riuscendo a dimostrare che ha ragione lui: “Il clima è guasto”, questo è il problema, continua a ripetere. Ma allora, perché continuano ad andare su tutti i giornali e tv facendo previsioni che si rivelano puntualmente errate ma che intanto – oltre a gonfiare il loro portafoglio - creano “un’ansia globale”, come ha giustamente detto Giuliano Ferrara sul Foglio?

Io credo che “guasti” siano questi signori e sarebbe ora che si cominciasse a valutare i danni che stanno provocando e a chiedergliene conto. Ad esempio, potrebbero cominciare coloro che hanno acquistato un condizionatore senza neanche averlo usato: perché non chiedere al colonnello Giuliacci di rimborsare i cittadini turlupinati?

Riccardo Cascioli

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Dittatura ecologista

Ultimo decreto ecologista del 7 giugno 2007.
Scarica i PDF: Documento 1, Documento 2

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WWF, Il solito procurato allarme

L'impronta ecologica, il concetto posto come fondamento dell'ultimo Rapporto del WWF (Living Planet 2006) è una enorme truffa ideologica, che ha lo scopo di convincere l'opinione pubblica e i politici di una situazione catastrofica già in atto da cui si può uscire soltanto seguendo le politiche volute dagli ecologisti. Obiettivo: bloccare la crescita economica dei Paesi ricchi e impedire lo sviluppo dei Paesi poveri.

L'obiettivo vero è quello di guidare il mondo verso una povertà generalizzata. Basterebbe guardare il grafico che raffigura la situazione dell'impronta ecologica paese per paese: i migliori dal punto di vista ecologico sono: Afghanistan, Somalia, Bangladesh, Malawi, Haiti, Repubblica Democratica del Congo e così via, ovvero Paesi alla fame o quasi; mentre i più dannosi per il pianeta, guarda caso, sono tutti i Paesi ricchi.

Quanto poi al discorso delle risorse, siamo alle solite: ancora una volta viene data l'idea che le risorse siano un dato conosciuto e immutabile, deciso dalla natura. Ma non è così: nel corso della storia le risorse sono sempre andate aumentando e diversificandosi grazie all'ingegno dell'uomo che ha saputo usare della natura. La risorsa più importante è perciò l'uomo, proprio quello che WWF e soci considerano il cancro del pianeta.

Catastrofico per l'umanità e per il pianeta sarebbe quindi soltanto seguire le indicazioni del WWF che, nella migliore tradizione ecologista, fa dell'allarmismo una fiorente industria.

Chi volesse andare a fondo della truffa e dei veri obiettivi dei sostenitori dell'impronta ecologica, dal 7 novembre può acquistare in libreria "Le Bugie degli ambientalisti – 2" (Edizioni Piemme, Euro 12,90) che completa il lavoro già iniziato con il primo "Bugie degli Ambientalisti" (Piemme 2004, Euro 12,50). L'uscita del nuovo volume sarà accompagnata anche dal lancio del sito http://www.lebugiedegliambientalisti.it, in cui i lettori potranno anche inviare i loro contributi.

Riccardo Cascioli
(da http://wwww.svipop.org)

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L'ultimo libro di Crichton potrebbe far cadere l'ideologia catastrofista

Ha scritto tredici libri, venduto circa 100 milioni di copie in 30 paesi. Dai suoi libri sono stati ricavati 12 film per un incasso di 4 miliardi di dollari.

E' l'autore di Jurassic Park, e della serie televisiva E.R. Si chiama Michael Crichton ed è considerato a ragione uno degli scrittori più influenti al mondo.

Attualmente Crichton si trova nel bel mezzo di una polemica rovente con i gruppi ambientalisti.

La causa del contendere è il suo ultimo libro “State of Fear” in cui racconta la storia di un gruppo di ecoterroristi senza scrupoli che fabbrica terremoti, slavine e tsunami artificiali, poco prima dell'annuale conferenza stampa, per terrorizzare il mondo sui rischi (inesistenti) del riscaldamento globale.

Il libro che uscirà in Italia a fine maggio edito dalla Garzanti, è stato stampato in due milioni di esemplari e sta vendendo ad un ritmo superiore di quello del “Codice Da Vinci”.

“Nel libro - ha raccontato Alessandra Farkas in un articolo pubblicato in prima pagina dal Corriere della Sera - il global warming ( riscaldamento globale) altro non è che una perfida invenzione di scienziati in malafede, a caccia di soldi e riflettori, in combutta con giornalisti troppo liberali e star hollywoodiane narcisiste e incoerenti” (Alessandra Farkas “Il mio bestseller contro le bugie della tribù ecologista” - Il Corriere della Sera, 9 gennaio 2005)

Nell'intervista concessa la Corriere della Sera, Crichton racconta “Questo libro è il frutto di ben tre anni di studio e meticolose ricerche scientifiche. Non mi sono servito di alcun consulente, perché la scienza del clima è molto politica e non volevo essere influenzato in una direzione o nell'altra. Alla fine ho tratto le mie conclusioni”.

Lo scrittore ritiene che “La correlazione tra inquinamento ed effetto serra non è mai stata dimostrata, così come nessuno può predire con esattezza quali temperature avremo tra 100 anni. Ben due terzi dell'aumento nello stato termico della crosta terrestre è avvenuto prima della rivoluzione industriale. E quindi non è affatto causato dalle emissioni umane”.

Sul protocollo di Kyoto Crichton sostiene che si tratta di “Una follia inutile, uno spreco assurdo di trilioni di dollari che sarebbero meglio spesi per dissetare il miliardo di abitanti della Terra senza acqua potabile. Di cui ventimila muoiono ogni anno”.

Gli ecologisti statunitensi si sono molto irritati per il libro di Crichton, ma lui non si è per niente agitato e dice di “offrire speranza alla gente, perché la situazione non è affatto drammatica come ci vogliono dare a bere”.

Alla fine del suo libro Crichton afferma che “i verdi hanno provocato altrettanti danni dei grandi inquinatori” (vedi www.crichton-official.com)

(da GWN del 2005)

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Impianti eolici per produrre energia? La caduta di un mito...

La Danimarca è la nazione considerata tra i pionieri dell'energia eolica. Secondo i Verdi gli impianti eolici in Danimarca producono il 18% dell'energia elettrica, ma “Politiken”, uno di più autorevoli e diffusi quotidiani di Copenhagen ha pubblicato i dati relativi al 1999 da cui risulta che solo l'1,7% dell'energia elettrica danese proviene da fonte eolica.

In termini generali il potenziale energetico danese è grande, ma bisogna tenere conto che gli impianti eolici operano a pieno regime solo uno o due giorni al mese. Le torri con le eliche infatti non operano bene quando il vento è troppo debole e non raggiunge la velocità di picco ed anche quando il vento è troppo forte e potrebbe distruggere le torri.

A causa degli investimenti sulla fonte eolica, che produce poco o nulla, il prezzo dell'energia elettrica danese è il più alto del mondo. I danesi pagano l'energia elettrica, 1,6 volte il prezzo pagato dai britannici. Una recente indagine sull'energia danese condotta dal Norwegian Water Resources and Energy Administration (NVE) si è conclusa indicando l'energia eolica come «quella più cara». Secondo l'NVE il tentativo danese di puntare sull'energia eolica ha prodotto risultati molto deludenti: numerosi incidente che hanno danneggiato l'ambiente naturale, una produzione energetica insufficiente e costi proibitivi.

data la situazione, il nuovo governo danese sta pensando seriamente di ridurre i finanziamenti per gli impianti eolici.

Secondo il giornale più popolare danese “Jyllandsposten”, in assenza di finanziamenti statali non sarà possibile costruire nessun altro impianto eolico.

Il vento ed il sole sono gratuiti, ma il problema è quello di trovare il modo di utilizzarli in una forma efficiente ed accumulare la forza della loro energia.

Le tecnologie finora utilizzate si sono mostrate inadeguate allo scopo.

I francesi per esempio hanno puntato sul nucleare, ed i risultati sono ben differenti. L'80% dell'energia elettrica francese viene generata da impianti nucleari, con emissioni di anidride carbonica (CO2) che sono dieci volte inferiori a quelle della Germania e 13 volte inferiori a quelle danesi.

La Finlandia ha considerato questi risultati e per questo nel maggio del 2002 ha approvato un piano per la costruzione del quinto impianto nucleare.

Per i Verdi si crea quindi una situazione paradossale, se veramente credono alla teoria del “riscaldamento globale”, dovrebbero sostenere la costruzione di impianti nucleari e dighe, due delle fonti che producono energia con minor emissioni di gas serra.

Ma come è noto, nucleare e impianti idroelettrici non sono proprio quelli che i Verdi avversano di più.

(da GWN)

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Quando gli impianti eolici diventano pericolosi

Gli impianti per la produzione di energia eolica, oltre ad essere costosi ed inefficienti, sono anche pericolosi, soprattutto in certe condizioni climatiche. D'altro canto non si può pensare di costruire impianti eolici in luoghi dove il vento non è forte.

Uno degli ultimi incidenti è avvenuto in Bassa Sassonia il 27 ottobre 2002 quando il Ciclone "Jeanett" è stato così potente da tirar via una turbina a vento che aveva le fondamenta con un diametro di 13 metri.

I danni ammontano a 750.000 Euro. Quando il ciclone ha investito la regione, la turbina a vento era ferma.

Gli esperti sono ora molto preoccupati perché ci sono circa 3200 turbine a vento in Bassa Sassonia e le condizioni di sicurezza non sembrano più garantite.

A questo proposito il Presidente della Società di Ingegneri della Bassa Sassonia ha detto alla rivista Focus (2 dicembre 2002) che: «La distanza che divide le torri eoliche, dalle abitazione e dalle autostrade, è troppo piccola. Chiediamo una legislazione per fissare una distanza minima che possa garantire gli standards di sicurezza»

Altre preoccupazioni sono sorte in merito ai controlli di verifica degli impianti. I costi di manutenzione degli impianti eolici sono infatti molto onerosi e per questo vengono ritardati nel tempo. Gli incidenti ricorrenti nelle turbine sembrano dovuti alla rotazione eccessivamente veloce delle pale, un fenomeno che causa la rottura del sistema di frenaggio.

Insomma chi pensava che bastasse costruire dei mulini a vento per produrre energia si sta ricredendo.

(da GWN)

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Ciò che dovete sapere sulle Cacce in deroga

Legge n. 221 del 3.10.2002, diretta ad adeguare l'ordinamento nazionale alla normativa comunitaria, consentendo la caccia in deroga, ovvero la possibilità per le Regioni di derogare ai divieti concernenti la caccia di alcune specie protette.

Breve excursus legislativo:
La Direttiva CE 79/409/CEE relativa alla conservazione degli uccelli selvatici impedisce la cattura di determinate specie ma, all'art. 9, prevede la possibilità per gli stati membri di derogare a tali limiti per vari motivi (salute pubblica, danni alle colture, cattura a scopo di ripopolamento o di ricerca, etc.).
La legge nazionale sulla caccia n.157/92 recepisce integralmente la direttiva 79/409/CEE, ma non contiene una specifica disciplina dei casi e delle procedure di deroga. Pertanto, la disciplina comunitaria sulle deroghe non risulta applicata a livello nazionale. Tale vuoto normativo ha esposto lo Stato Italiano a due richiami della Commissione Europea. Anche la Corte Costituzionale si è pronunciata nel 1999 invitando il legislatore ad emanare una legge quadro sulle deroghe.
Il primo passo è stato compiuto dal d.d.l. 628 che intende consentire alle regioni (competenti in materia venatoria ex art. 117 della Costituzione) di attivare i poteri di deroga previsti dalla normativa comunitaria.
La scelta di affidare l'attuazione delle deroghe alle regioni e province autonome è in linea con i principi amministrativi di sussidiarietà e federalismo, anche se resta l'esigenza di definire a livello nazionale il quadro applicativo generale delle deroghe per evitare attuazioni disomogenee e contraddittorie tra regione e regione.

Il d.d.l. 628, licenziato il 6 febbraio dal Senato e trasmesso subito dopo alla Camera per la sua discussione (ddl n. 2297), si compone di un articolo unico, che inserisce l'art. 19-bis nella l.157/92, il quale:

  • recepisce l'art. 9 della Direttiva 79/409/CEE sulle finalità e condizioni delle deroghe;
  • per assicurare organicità al sistema, il comma 3 del 19-bis demanda all' INFS (Istituto Nazionale della Fauna Selvatica) il compito di esprimere il proprio parere sulla sussistenza delle condizioni della deroga;
  • prevede un limite invalicabile al potere di deroga, nel caso fosse dichiarata la forte diminuzione della consistenza numerica della specie protetta.

L'emanazione della legge 221/02, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 239 dell'11/10/2002, pur avendo incontrato una forte opposizione da parte delle forze animaliste nostrane, rappresenta una saggia decisione per una corretta e civile gestione naturalistica.

Questa riforma, tanto auspicata sia dai cacciatori che dai legislatori, pone le basi per una rapida definizione del quadro normativo sulla caccia in deroga a livello regionale, consentendo a queste ultime di disciplinare, nell'ambito del proprio territorio, le deroghe previste dall'art. 9 Direttiva 79/409/CEE.

Sin qui la legge,spetta ora alle Regioni emanare singole leggi attuative della 221/02 per disciplinare le deroghe su base territoriale, a seguito di un legge quadro propedeutica che illustri gli elementi generali da prendere come punto di partenza per legiferare a livello regionale.

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Il ritorno al nucleare è una necessità economica imprescindibile per l'Italia

Siamo il solo Paese al mondo che produce il 90% dell'energia bruciando petrolio e gas: ossia materie prime sempre più rare, preziose e costose. Il costo del caro-energia si riflette sulle nostre industrie, sui nostri prodotti, e li rende meno competitivi. E tutto perché tanti anni fa, ai tempi di Chernobyl, gli ecologisti nostrani ingiunsero la chiusura di tre nostre piccolissime centrali, a Latina, Caorso e a Trino Vercellese e bloccarono la costruzione della centrale di Montalto di Castro: emotività pura. Oggi, la moda ecologista è cambiata: allora era la paura delle radiazioni, adesso è la paura delle emissioni, dei fumi, dell'effetto serra.

L'emotività nuova dovrebbe consigliare il ritorno al nucleare: la sola fonte (con l'idroelettrica) che ha un impatto ambientale inferiore alle altre. Gli ecologisti allora imposero, sull'onda della paura del momento, addirittura lo smantellamento delle centrali atomiche italiane.

Ora, è costosissimo smantellare centrali nucleari; molto meglio lasciarle così, sigillarle e via. Ma niente, le stiamo ancora smantellando (ci vogliono anni).
Ma ancor oggi, sarebbe meno costoso rimetterle in funzione: secondo la Westinghouse, tra le aziende leader nella progettazione di centrali atomiche, basterebbero tre anni.
Sarebbe un piccolo apporto ai nostri consumi energetici, certo meno dell'1%.
Ma col rincaro in atto del petrolio, anche un 1% di risparmio si calcola a milioni di euro.

Si sente dire che il nucleare «costa troppo»: in realtà, costa 2-3 centesimi di euro al kwh, contro i 9-10 centesimi dell'elettricità da petrolio.
Noi compriamo già elettricità nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia, presto anche dalla Slovacchia perché è più conveniente. Si sente ripetere continuamente che gli USA, per esempio, non costruiscono più una centrale da 32 anni. Ma in USA la vita delle centrali nucleari esistenti, attraverso interventi di ammodernamento (repowering) è stata prolungata fino a 50 anni e la benzina costa ancora 3 dollari per 4,5 litri (un gallone). E la Cina, che ha già 9 centrali atomiche, ne ha ordinate altre 30, per una spesa di 50 miliardi di dollari. La Finlandia, che ne ha quattro, ha iniziato a costruire la quinta. E così la Francia, che ne ha 59 ne ha messo in cantiere una nuova. In Giappone, il 30% dell'energia proviene dall'atomo. Eppure il Giappone è un paese altamente sismico: sono stupidi i giapponesi? Siamo noi i soli furbi nel mondo? La tecnologia è andata avanti parecchio: oggi la sicurezza del nucleare è elevatissima, con centrali auto-spegnenti e a nucleo totalmente confinato. In Italia abbiamo persino i tecnici competenti: una generazione di ingegneri nucleari, che si è vista chiudere la professione e la carriera dall'emotività tutta nostra, s'è tenuta in esercizio andando a lavorare in giro per il mondo, spesso a rimodernare le vecchie e (quelle sì) pericolose centrali ex-sovietiche in Ucraina e in Bielorussia.

Possono tornare a lavorare in patria. Ma perché in Italia se ne parla poco?
Perché la principale associazione di categoria degli industriali non chiede energia più economica?
Forse sono più occupati a fare i finanzieri e pubbliche relazioni. Ecco perché. Loro, non hanno bisogno di energia a costi concorrenziali, perché vivono esigendo bollette e tariffe, o di «immagine» e di acrobazie finanziarie.
Dobbiamo svegliarci noi utenti comuni, che paghiamo la luce il triplo che nel resto d'Europa. E qui, dobbiamo farci forza e smettere di essere imprevidenti: perché le centrali nucleari hanno un problema: ci vogliono diversi anni per costruirne una. Bisogna guardare avanti in tempo.
Prima che ci capiti in testa la solita "emergenza".

Antonio Gaspari
da GWN n° 15 del 2005

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Crichton mostra che il protocollo di Kyoto è una bufala

CLIMA - Ma davvero il mondo si sta scaldando troppo?
L' aumento globale delle temperature nel Ventesimo secolo è stato di circa sei decimi di grado: faremmo meglio ad occuparci di problemi più concreti come la povertà o l' Aids.

MICHAEL CRICHTON
Prendiamo in considerazione i dati sul surriscaldamento globale. Cominciamo con i riassunti per i politici, quelli che tutti leggiamo. Ecco i due grafici più importanti per la scienza del clima per il 2001. Il primo (vedi qui accanto il grafico n. 1, n.d.r.) proviene dall' Hadley Center, in Inghilterra, e mostra il surriscaldamento globale della superficie terrestre. Il secondo proviene da un team di ricercatori americani guidati da Michael Mann e mostra le temperature degli ultimi mille anni. Il primo grafico evidenzia un aumento delle temperature di quattro gradi prima del 1940, cioè prima del massiccio sviluppo industriale, e dunque potrebbe o meno avere cause principalmente naturali. Poi, dal 1940 al 1970, le temperature sono diminuite. Per questa ragione all' epoca si diffuse la paura di una glaciazione globale. Da allora le temperature sono salite, come potete vedere. Sono aumentate di pari passo con i livelli dell' anidride carbonica. Il nocciolo della teoria del surriscaldamento causato dal CO2 si basa su questo dato recente, relativo agli ultimi trentacinque anni. Ma dobbiamo ricordare che questo grafico mostra in realtà le variazioni annuali della temperatura media della superficie terrestre nel corso degli anni. La temperatura media globale è di circa sedici gradi. Questo grafico mostra la totalità delle variazioni medie (vedi grafico n. 2, n.d.r.). Tutte le preoccupazioni riguardo al surriscaldamento globale si basano su questa piccola variazione di temperatura sulla superficie. Che sia chiaro: sto leggendo i dati dei grafici minimizzandoli. Ma il primo grafico li enfatizzava. In qualsiasi modo si leggano i dati, la prima domanda da porsi è: l' aumento della temperatura nel corso del Ventesimo Secolo è davvero straordinario? Per rispondere a questo interrogativo, dobbiamo rifarci al secondo grafico di Michael Mann, meglio conosciuto come "la mazza da hockey" (vedi il grafico n. 3, n.d.r.). Questo grafico mostra il risultato di una ricerca su 112 studi cosiddetti "approssimativi": anelli degli alberi, isotopi nel ghiaccio, e altri indicatori relativi alla temperatura. Ovviamente mille anni fa i termometri non esistevano, perciò questo tipo di studi si rende necessario per avere una qualche idea dell' aumento della temperatura nel passato. Le scoperte di Mann sono al centro dell' ultimo rapporto delle Nazioni Unite, e sono alla base della teoria secondo cui il Ventesimo Secolo ha registrato il maggiore aumento delle temperature degli ultimi mille anni. Questo è ciò che venne detto nel 2001. Nessuno lo ripeterebbe ora. Il lavoro di Mann è stato attaccato da studiosi di tutto il mondo. Due ricercatori canadesi, McKitrick e McIntyre, rifecero lo studio usando i dati e i metodi di Mann, e riscontrarono dozzine di errori, incluse due serie di dati che mostravano esattamente gli stessi valori per un gran numero di anni. Com' era prevedibile, quando i due corressero tutte le inesattezze, arrivarono a conclusioni decisamente diverse. Ma quest' aumento è comunque vertiginoso e insolito, non è vero? Beh, no, perché si scopre che Mann e i suoi colleghi hanno usato metodi inusuali per analizzare i dati, e questi metodi trasformano qualsiasi serie di numeri in una "mazza da hockey" - inclusi i numeri che non indicano alcun trend, come quelli originati dai computer. Ecco una serie di "mazze ha hockey" prodotte da numeri che non indicano alcun trend. Una di queste serie è la vera "mazza da hockey". Se non riusciamo a dire qual è, allora viene fuori il problema (vedi grafico n. 4, n.d.r.). Il fisico Richard Muller dell' Università della California ha definito questo risultato "sconvolgente", e a ragione. Hans von Storch, dell' Università di Francoforte, ha giudicato lo studio di Mann "spazzatura". Entrambi questi signori sono fermi sostenitori del surriscaldamento globale. Ma visto che questo studio non può farci da guida, ci ritroviamo comunque a chiederci quale debba essere il "normale" aumento delle temperature. Diamo un' occhiata ai dati provenienti da un paio di stazioni di rilevamento europee (vedi grafico n. 5, n.d.r.). Qui si nota come l' attuale aumento delle temperature, anche se significativo, non è affatto unico nella storia. Parigi era più calda negli anni Cinquanta del Diciottesimo Secolo e negli anni Trenta del Diciannovesimo di quanto non lo sia oggi (vedi grafico n. 6, n.d.r.). Analogamente, se prendiamo in considerazione Stoccarda dal 1950 a oggi, l' aumento appare drammatico. Se si considerano i dati nel loro complesso, tutto assume una prospettiva diversa. E scopriamo che anche a Stoccarda faceva più caldo nel Diciannovesimo Secolo, rispetto a oggi. Questi grafici provengono dal sito Web del GISS e risalgono al periodo in cui feci le ricerche per il mio libro. Se pensate che la scienza in questo campo sia del tutto chiara - e onesta - dovete prendere in considerazione il fatto che i dati del sito Web sono stati cambiati. Non ho alcun commento da fare sulla decisione da parte del Goddard Institute di cambiare i dati sul suo sito Web. Ma la cosa fa sembrare che i dati sulle temperature tendano a salire in modo assai più evidente e preoccupante rispetto ad appena pochi mesi fa. D' accordo. Ma ora dobbiamo farci un' altra domanda: se nel corso del Ventesimo Secolo c' è stato un aumento della temperatura, che cosa l' ha provocato? Ci hanno insegnato che l' aumento è provocato dall' anidride carbonica, ma tutto ciò non è affatto chiaro. Due fattori che in precedenza non suscitavano preoccupazioni sono ora oggetto di rinnovata attenzione da parte degli scienziati. Il primo è il sole. In passato, si immaginava che l' effetto del sole fosse abbastanza costante e che perciò ogni aumento della temperatura dovesse essere causato da qualche altro fattore. Ma ora, grazie al lavoro degli scienziati del Max Planck Institute in Germania, è chiaro che l' effetto del sole non è costante, e che, se prendiamo in considerazione un arco di tempo di mille anni, risulta che questo effetto sta raggiungendo il suo apice proprio in questo periodo. I dati qui riguardano il rapporto tra le macchie solari e la temperatura (vedi il grafico n. 7, n.d.r.). Solanki e i suoi colleghi hanno scoperto che le radiazioni solari e la temperatura della superficie terrestre sono correlate. Solanki sostiene che l' effetto del sole non basta a spiegare le temperature attuali, e che perciò bisogna tenere conto di un altro fattore, presumibilmente i gas serra. Ma a questo punto dobbiamo chiederci se l' effetto del sole non spieghi significativamente l' aumento delle temperature nel Ventesimo Secolo. Nessuno ne è certo. Ma pare plausibile pensare che lo sia in misura maggiore rispetto a quanto non si credesse qualche anno fa. Un altro fattore che potrebbe influenzare i dati è il calore generato dalle città. Si tratta dell' effetto "isole di calore urbane". Un tempo gli scienziati ritenevano quest' effetto relativamente secondario. Ma ora sappiamo che in molte città si registrano 7 o 8 gradi in più rispetto alla campagna circostante. Alcuni studi hanno indicato che i dati vanno necessariamente rettificati (con una tolleranza da quattro a cinque volte maggiore rispetto a quella considerata dall' IPCC). Ora, che cosa significa tutto ciò? Beh, ricordatevi che l' aumento globale delle temperature nel Ventesimo Secolo è stato di circa sei decimi di grado. Se l' attività agricola e il riscaldamento urbano determinano un aumento di 0,35º C, e il calore solare di altri 0,25º C - come studi separati hanno indicato - allora il riscaldamento attribuibile all' anidride carbonica diventa minore. Lasciatemelo ripetere: nessuno sa quale percentuale del riscaldamento a cui stiamo assistendo sia attribuibile all' anidride carbonica. Ma se l' anidride carbonica non rappresenta la causa principale, non pare avere molto senso ridurne le emissioni. Abbiamo molte buone ragioni per limitare la nostra dipendenza dai combustibili fossili, ma la paura del surriscaldamento globale forse non è una di queste. (In ogni caso, credo che l' abbandono dei combustibili fossili avverrà nel corso del prossimo secolo, senza bisogno di leggi in proposito, così come i trasporti a cavallo scomparvero senza bisogno di alcuna legislazione in merito durante il Ventesimo Secolo). Ora arriviamo alla domanda più importante. Che cosa accadrà in futuro? Per rispondere a questo interrogativo, dobbiamo fare riferimento a un organismo delle Nazioni Unite conosciuto come Intergovernmental Panel on Climate Change. L' IPCC, il metro di misura in fatto di scienza del clima. Il suo studio scientifico più recente è il Third Assessment Report, del 2001. Contiene i dati più aggiornati raccolti sul campo dagli scienziati. Vediamo che cosa dice questo testo. Cominciamo con il primo paragrafo del Third Assessment Report, The Climate System: An Overview: «I cambiamenti e le variazioni climatiche, causate da forze esterne, possono essere in parte prevedibili, in particolare su larga scala, da un punto di vista globale, continentale e spaziale. Dato che le attività umane, come l' emissione dei gas serra e i cambiamenti nell' uso del territorio, fanno parte delle forze esterne, si ritiene che i cambiamenti del clima su larga scala causati dall' uomo siano anch' essi parzialmente prevedibili. Tuttavia l' effettiva possibilità che ciò avvenga è limitata, perché non possiamo prevedere con precisione i cambiamenti demografici ed economici, né gli sviluppi tecnologici, né altre importanti caratteristiche delle future attività umane. Perciò, in pratica, è necessario attenersi a scenari credibili del comportamento umano e determinare le proiezioni climatiche in base a tali scenari». Analizziamo il testo frase per frase, e semplifichiamolo. Le quattro frasi significano: 1) Il clima può essere in parte prevedibile. 2) Crediamo che il cambiamento del clima causato dall' uomo sia in parte prevedibile. 3) Ma non possiamo prevedere il comportamento umano. 4) Perciò ci atteniamo a scenari ipotetici. Seguire una logica in tutto ciò non è facile. Che cosa significa in realtà "in parte prevedibile"? E' come dire "in parte incinta"? In ogni caso gli scienziati non hanno la certezza che si tratti di cambiamenti anche solo parzialmente prevedibili. Dicono che potrebbero essere parzialmente prevedibili. E andando oltre, se non siamo in grado di fare previsioni esatte riguardo alla popolazione, allo sviluppo e alla tecnologia. com' è possibile formulare scenari credibili? Che cosa significa "scenari credibili" in assenza di previsioni accurate riguardo ai fattori fondamentali per i suddetti scenari? Sono ingiusto? Continuiamo la lettura: «Allo stato attuale, le conoscenze degli scienziati sono tali che è possibile solo fornire esempi illustrativi dei possibili sviluppi». Esempi illustrativi. Il Trattato di Kyoto è un progetto immane, e su scala mondiale costerà alcuni trilioni di Euro. Se intendiamo spendere tali somme, vorrei fondare una simile decisione su qualcosa di più sostanziale di semplici "esempi illustrativi". Le mie preoccupazioni aumentano quando leggo: «Oggi i modelli climatici sono praticamente in grado di simulare i cambiamenti del clima a partire dal 1850». Sono praticamente in grado? Non è una frase che esprima molta fiducia. Ricordate, non si può essere in grado di prevedere il futuro. Si può riprodurre il passato. Non pare che questi modelli funzionino davvero a meraviglia. Perciò sembra ragionevole chiedersi come vengano testati nella realtà. Più avanti, leggiamo: «Sebbene non si creda che la complessità di un modello climatico renda impossibile anche solo dimostrare che tale modello sia "falso" in senso assoluto, tale modello si presta comunque a valutazioni estremamente difficili, stante il rischio che in ogni calcolo entri in gioco una componente soggettiva». Ora, il termine "soggettivo" dovrebbe far suonare un campanello d' allarme. La scienza, per definizione, non è soggettiva. Vi ricordo che questo è precisamente il genere di problematica che ha fatto infuriare gli americani contro la Food and Drug Administration. Tutti sanno che non si può permettere che un produttore di medicinali testi per conto suo il farmaco che produce lui stesso. Allora perché, quando è in ballo la questione del clima, consentiamo a coloro che creano i modelli climatici di legittimare i loro modelli? Gli errori dell' auto-testing sono noti. Come disse James Madison, presidente degli U.S.A. nel Diciannovesimo Secolo: «A nessuno è permesso di essere giudice della propria causa, perché i suoi interessi influenzerebbero di certo la sua capacità di giudizio, e probabilmente corromperebbero la sua integrità». Madison ha ragione. La scienza climatica deve essere verificata da studiosi super partes. Più avanti, si legge: «Le previsioni a lungo termine sullo stato del clima non sono possibili». A mio parere, a questo punto dovremmo smettere di leggere. Se il sistema climatico è non-lineare e caotico - e ci stanno dicendo proprio questo - , allora la sua evoluzione non può essere prevista. E se non può essere prevista, noi qui che ci stiamo a fare? Perché ci preoccupiamo di cosa sarà di noi nel 2100? Non possiamo prevedere il futuro, ma possiamo conoscere il presente. Ogni ora, nel Terzo Mondo muoiono 2000 persone. Un bambino rimane orfano a causa dell' AIDS ogni sette secondi. Ogni minuto muoiono cinquanta persone per malattie dovute alla mancanza di acqua potabile. Tutto questo non deve succedere per forza. Siamo noi a permetterlo. Perché mai ignoriamo queste disgrazie dell' umanità e ci concentriamo su ciò che potrebbe accadere tra un secolo? Ciò che dobbiamo fare non è forse sensibilizzare sui problemi del resto del mondo il nostro Occidente, così enormemente ricco e così concentrato su sé stesso? La crisi globale non ci aspetta tra cent' anni - è già qui e ora. Dovremmo occuparcene. Ma non lo facciamo. Al contrario, ci aggrappiamo alle dottrine reazionarie e anti-umanitarie del vecchio ambientalismo e volgiamo le spalle alle grida di dolore di chi - in questo nostro mondo - muore di fame e soffre di malattie che possiamo curare. Se davvero abbiamo miliardi e miliardi di Euro da spendere, spendiamoli per i nostri simili. E non per le nostre improbabili fantasie su ciò che accadrà da qui a cent' anni. Copyright Michael Crichton. Traduzione di Barbara Bagliano

da La Repubblica
del 10-05-05

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Il "soldo" che ride

L'«allegra» gestione del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise

Pubblichiamo l'articolo di Antonio Gaspari, in uscita sulla rivista "Tempi", n. 11, 14-20 marzo '02:

Franco Tassi, il decano dei direttori dei Parchi italiani, uno dei primi soci del WWF, un "idolo" della cultura conservazionista nazionale, è stato "rimosso" dalla direzione del Parco Nazionale D'Abruzzo, Carica che ricopriva dal 1969. Ad annunciare il licenziamento è stato Fulco Pratesi, Presidente del Parco e amico di lunga data di Tassi. Il direttore del Parco sarebbe stato licenziato perché avrebbe fatto registrare di nascosto una riunione del consiglio direttivo. La stampa ha riferito di “cimici e microspie”, anche se la registrazione sembra che fosse stata autorizzata da Pratesi. Sulla vicenda è in corso un'inchiesta della Procura della Repubblica.

Nel frattempo Tassi ha rilasciato a "La Stampa" dichiarazioni di fuoco: «Mi hanno accoltellato alle spalle mentre ero all'ospedale dopo un operazione a cuore aperto. Altro che microspie e servizi segreti, io sono stato colpito da spie, traditori e sicari che non volevano un direttore che si batta per la natura... Contro di me si sono sempre mossi grandi interessi: speculatori, pseudoambientalisti e il governo».

Pratesi che dice di avere il cuore spezzato da questa vicenda; ha detto che Tassi è: «un genio della natura, ha fatto la storia dei parchi in Italia ed è un uomo integerrimo. In realtà, non è solo una questione di "pulci". La gestione di Fulco Pratesi e di Franco Tassi del Parco Nazionale d'Abruzzo nasconde non pochi interrogativi. Basta leggere la Relazione della Corte dei Conti depositata in Parlamento in dicembre 2001, circa la gestione del Parco Nazionale d'Abruzzo, per rimanere di stucco.

Gestione monocratica; conferimento di mansioni superiori in totale contrasto con le leggi vigenti; buchi miliardari nei bilanci; omessa risposta a specifici requisiti concernenti l'attività gestionale; mantenimento di uffici e sedi non previsti dalla legge; mancanza assoluta di trasparenza; consulenze sospette; gravi illegittimità ed irregolarità contabili perpetrate e difese con argomentazioni speciose e infondate. La lista delle violazioni è impressionante. Soprattutto colpisce come una precedente relazione della Corte dei Conti, consegnata nel novembre del 1998, aveva già sollevato urgenti e gravi interrogativi, e denunciato una "situazione di diffusa illegittimità", senza che né il presidente Pratesi, né il direttore Tassi, avessero sentito la necessità di rispondere, facendo luce sulla "non chiara" gestione del Parco. Nel verbale del collegio dei revisori dei conti, numero 36 di quest'anno, si legge che Pratesi e Tassi, avrebbero violato 12 articoli di legge in materia di spese. Nella compilazione dei bilanci sarebbero stati violati i principi di: veridicità, correttezza, attendibilità, chiarezza e competenza finanziaria. Lo stesso verbale evidenzia che al 30 giugno del 2001 risulta un rosso in cassa di 5 miliardi e 300 milioni di lire; lo scoperto di conto corrente bancario è di 3 miliardi e 563 milioni.

Una situazione di irregolarità che la Corte dei Conti e la Ragioneria Generale dello Stato avevano segnalato al Ministero dell'Ambiente che, a sua volta, dal 1999 non ha approvato i bilanci, né consuntivi né preventivi, dell'Ente nazionale Parco d'Abruzzo. Per questa situazione nel 1999 è stata sollevata una richiesta di commissariamento dell'Ente Parco, che l'allora Ministro Edo Ronchi non ha preso in considerazione. Impressionante il numero e la gravità delle violazioni nella gestione del Parco.

Per legge il Ministero dell'Ambiente deve ricevere tutte le delibere del Consiglio direttivo e sottoporle a vigilanza di legittimità. Ma il Presidente e il direttore del Parco non hanno mai fatto pervenire un adeguato e comprovato rapporto delle loro decisioni, all'amministrazione vigilante, sostenendo che essendo atti monocratici sono svincolati dal visto di legittimità. Questo nonostante che la gestione monocratica per i Parchi Storici (Abruzzo, Stelvio e Gran Paradiso) non ha più leggitimazione legislativa da almeno dieci anni.

La Corte dei Conti ha scoperto che nel Parco c'?è un diffuso sistema di assegnazione di funzioni superiori a tutto il personale, in violazione alle leggi vigenti. In particolare i revisori dei conti hanno inviato una richiesta specifica alla Ragioneria Generale dello Stato quando hanno scoperto che al direttore del Parco, Franco Tassi viene riconosciuta una qualifica di Dirigente Generale dello Stato, equiparato cioè a un Presidente di Cassazione, e retribuito con una mensilità lorda di circa 18 milioni e mezzo di lire. La Ragioneria Generale dello Stato ha immediatamente risposto che secondo la legge si trattava di un'attribuzione assolutamente illegittima, e chiedeva che fosse ristabilita la giusta posizione ed eventualmente recuperate le somme indebitamente pagate. Successivamente il Consiglio di Stato ha chiesto il rimborso delle cifre non debite che, secondo calcoli di massima, si aggirerebbero intorno ai 700 milioni di lire.

Inoltre, gli stessi revisori hanno constatato che a tutt'oggi non c'è un contratto tra l'ente Parco e il direttore. Tutti i direttori di parchi sono contrattualizzati con contratti a due o cinque anni rinnovabili, ma sembra che Tassi pretendesse di non sottostare a tale obbligo e che gli fosse riconosciuto il diritto di mantenere la sua carica fino alla pensione senza essere soggetto alla legge. Il modo con cui il Tassi si è attribuito tale qualifica è stato riscontrato anche in una signora nell'amministrazione del Parco che è in funzione di dirigente. Un attribuzione di qualifica in totale contrasto con le leggi vigenti e per questo la Ragioneria Generale dello Stato ha chiesto il recupero delle somme indebitamente pagate.

Secondo la legge l'Ente Parco deve avere la sua sede nel luogo dove c'è la zona protetta, ma il Parco d'Abruzzo ha avuto per anni la sua sede centrale a Roma. Le autorità competenti hanno fatto pressioni affinché si mettesse fine a questa irregolarità, ma Tassi si è tanto opposto fino al punto che il Ministero dell'Ambiente ha accettato che la sede centrale fosse a Pescasseroli e che a Roma ci fosse solo un ufficio di rappresentanza. Nonostante le pressioni della Ragioneria Generale dello Stato, della Corte dei Conti e di quant'altri, la metà degli uffici del Parco sono ancora a Roma, il che significa che ogni volta che si deve tenere una riunione ci sono trasferte da pagare. Inoltre non è chiaro da dove vengono stornati i soldi per pagare l'ufficio di Roma. In un primo tempo l'Ente Parco aveva detto che era la Regione Lazio che provvedeva al pagamento delle spese, ma la Corte dei Conti che ha condotto le indagini e gli uffici della Regione hanno categoricamente smentito il fatto. La Corte dei Conti ha segnalato anche la presenza di un ufficio di rappresentanza del Parco d'Abruzzo a New York. Tale ufficio era presente anche sul sito Internet del Parco. Il Mistero ha provato a chiedere spiegazioni, ma né la presidenza e la direzione del Parco, né la Presidenza della Comunità del Parco, hanno saputo dare spiegazioni.

Nel settembre del 2001, il presidente del Collegio dei revisori dei conti, fa presente al Ministero che nella gestione del Parco risulta un falso in Bilancio. Le carte relative a questa situazione con relativa denuncia, sono state inviate alla Corte dei Conti dell'Aquila, la quale a sua volta si è rivolta alla Procura della Repubblica per le comunicazione di competenza al di là di quelli che sono i problemi di danno erariale.

Dai pochi e frammentari dati forniti dall'Ente Parco, risulta che c'è un debito bancario di 5 miliardi. Molti degli oneri assunti dal Parco non hanno giustificazione. Ci sono per esempio più di 400 milioni di spese legali, quando c'è un'intesa con l'Avvocatura generale dello Stato a cui gli Enti possono rivolgersi in caso di necessità. Decine di milioni spesi per alberghi e ristoranti, senza ragione apparente. Centinaia di milioni spesi per ritenute Irpef e versamenti previdenziali che risultano fuori bilancio. Versamenti inspiegabili, visto che nelle retribuzioni del personale tali spese sono automatiche.

Nonostante la grave situazione del Bilancio, le autorità competenti hanno scoperto che nel 2001 il Parco ha acquistato una Renault Espace, una Land Rover Pretender, una City car quadriciclo e una Audi A4 1800 a benzina. E dire che i 51 dipendenti dispongono già di 54 automezzi a disposizione? La Corte dei Conti ha inoltre bloccato la vendita di una Mercedes che era stata pagata con un assegno dell'Ente Parco e che avrebbe dovuto sostituire un'altra Mercedes acquistata nel 1998 e a disposizione del direttore Franco Tassi. Il quadriciclo elettrico è stato acquistato per poter accedere senza limitazioni nel centro storico di Roma. A questo punto il Ministero ha chiesto il regolamento delle autovetture, chi le usa, perché le usa, i libretti di bordo ecc. Presidenza e direttore del Parco hanno risposto che questa è burocrazia ottocentesca, non esiste un regolamento degli automezzi, non c'è un libretto di bordo e gli automezzi vengono consegnati e utilizzati dal personale.

Sconcerto e preoccupazione ha destato il tentativo di Tassi di costituirsi una sorta di "esercito privato" alle dipendenze del Parco.

Già nel 2000 la Ragioneria Generale dello Stato aveva più volte richiamato l'attenzione su come venivano elargite indennità di polizia (denaro più contributi previdenziali) ai dipendenti del Parco. Ma al Presidente ed al Direttore del parco non bastava che i dipendenti oltre alla mensilità usufruissero dell'indennità, ma che avessero una funzione riconosciuta per operare con maggior autorità sul territorio e di conseguenza che la Prefettura rilasciasse direttamente il porto d'armi a dipendenti del Parco.

In risposta a tale richiesta la Prefettura inviò una formale diffida a ciascuno dei dipendenti del parco, richiamando l'attenzione sul fatto che girare armati senza il regolare porto d'armi è reato penale. Dopo una diatriba durata diversi mesi il TAR del Lazio nel gennaio del 2001 respingeva la richiesta dell'Ente Parco perché: «Non infondatamente verrebbe ad essere riconosciuto un Corpo armato alle dipendenze di un ente pubblico, al di fuori di ogni controllo statuale, sia all'atto dell'assunzione che nel corso dell'espletamento del servizio».

Nel rispondere ad una interrogazione parlamentare riguardante la situazione dell'Ente Parco, il sottosegretario al Ministero dell'Ambiente Roberto Tortoli ha detto che: «nel Parco d'Abruzzo esistono specie più protette che sono il Presidente e il direttore del Parco».

Sarebbe un grave danno per la credibilità delle istituzioni, accontentarsi del licenziamento di Tassi.

È nel pieno diritto dei cittadini italiani, conoscere fino in fondo la verità su quanto è accaduto nella gestione del Parco d'Abruzzo.

Antonio Gaspari

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C.P.A.D.: Il fuoco sotto la cenere

Chi ha avuto la fortuna di fantasticare intorno ad un focolare sa che, coprendo i carboni ardenti con la cenere, il mattino seguente ancora è possibile trovare qualche "tizzone" potenzialmente carico di calore e voglioso di dare vita a nuova fiamma.

Ebbene, fuori metafora, il C.P.A.D. (Caccia-Pesca-Ambiente domani) è quel tizzone sopito, mai spento. Quando, all'incirca un decennio fa, il C.P.A. (Caccia-Pesca-Ambiente) tentò la via politica per difendere i diritti dei cacciatori particolarmrte presi di mira dai movimenti ambientalistici, un manipolo di "irriducibili" si gettò a corpo morto nella mischia, lottando in occasione dei referendum anticaccia e schierandosi contro la legge 157, figlia di padre ubriaco e di madre prostituta, rimasta poi miseramente orfana in giovane età. Anche il C.P.A. è stato ridotto in cenere dai cacciatori stessi che non ebbero il coraggio di dare una decisa spallata politica per farlo decollare. Il C.P.A.D., avendone ereditato la voglia di esserci e di lottare, ne rappresenta il proseguimento. Quella fiamma è ancora viva, quella fiamma siamo noi.

Siamo ancora in prima fila a sperare e lottare per far valere i nostri diritti di liberi cittadini (ormai europei) ed a far pesare il nostro voto politico quando saremo chiamati a farlo .

Attenzione, cari politici, quel tizzone può ancora scottare se non lo si prende per il verso giusto: non è morto!

Ai Verdi, ormai carbonizzati, diciamo che la storia di questi ultimi anni ci ha dato ragione: il cacciatore è e rimane parte integrante dell'anima e della cultura di un popolo ed a quel popolo noi con orgoglio ci vantiamo di appartenere.

Prof. Domenico Ubaldi
Roma

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